Gabriele Lopez: fotografare ciò che conta davvero
Ci sono fotografi che raccontano il mondo.
Altri che lo interpretano.
Altri ancora che utilizzano la fotografia quasi come uno strumento per capire dove si trovano, chi sono e cosa sta succedendo intorno a loro.
Gabriele Lopez appartiene soprattutto a quest’ultima categoria.
Fotografo professionista, autore, stampatore, appassionato di pellicola e di libri fotografici, Gabriele ha costruito nel tempo un rapporto con la fotografia profondamente legato al concetto di memoria.
Non alla fotografia come semplice produzione di immagini.
Ma alla fotografia come traccia.
Come diario.
Come qualcosa che resta quando la memoria comincia inevitabilmente a perdere pezzi.
Tutto comincia da una Polaroid
Come spesso accade, la passione nasce quasi per caso.
Da ragazzo Gabriele riceve una Polaroid.
Non sa nulla di fotografia.
Non conosce la camera oscura.
Non conosce le regole.
Ma rimane affascinato da un’idea semplicissima:
premere un pulsante e fermare un momento.
La Polaroid contiene in sé tutto il processo.
Fotocamera e sviluppo.
L’immagine compare.
Esiste.
Rimane.
Ed è probabilmente proprio quella meraviglia iniziale ad aver costruito, inconsapevolmente, il rapporto che Gabriele avrebbe poi mantenuto con la fotografia per tutta la vita.
La Memory Maker
Dopo la Polaroid arriva una piccola fotocamera 35 mm acquistata al supermercato.
Una Minolta dal nome quasi profetico:
Memory Maker.
Un nome che allora sembrava soltanto commerciale.
Oggi, guardando il percorso di Gabriele, assume quasi un significato simbolico.
Perché fare fotografie per lui diventerà sempre più un modo per costruire memoria.
Non una memoria perfetta.
Non una documentazione oggettiva.
Ma un archivio emotivo.
Fotografare gli amici prima ancora di pensare alla fotografia
Con quella piccola macchina Gabriele fotografa gli amici.
La scuola.
La BMX.
La vita quotidiana.
Non c’è ancora un progetto.
Non c’è ancora uno stile.
Non c’è un pubblico.
C’è semplicemente il bisogno di registrare ciò che succede.
Ed è forse proprio questa la condizione più pura della fotografia.
Fotografare perché qualcosa ci interessa abbastanza da volerlo trattenere.
Lo skateboard e la necessità di raccontare
In seguito entra nel mondo dello skateboard.
Non soltanto come sport, ma come ambiente culturale.
Un gruppo.
Un linguaggio.
Uno stile di vita.
Quando un infortunio gli impedisce temporaneamente di continuare a praticarlo, la fotografia diventa un modo per rimanere all’interno di quel mondo.
Continua a seguire gli amici.
Continua a frequentare quelle persone.
Ma comincia soprattutto a documentarle.
Dalla fanzine al magazine
Da lì nasce prima una fanzine autoprodotta.
Poi un vero magazine.
Distribuito.
Stampato.
Arrivato persino in edicola.
Ed è in quel momento che la fotografia smette di essere soltanto istinto.
Serve imparare.
Serve conoscere la tecnica.
Serve capire esposizione, ottiche, stampa, composizione.
Non per amore della tecnica in sé.
Ma perché a quel punto la fotografia deve riuscire a raccontare meglio.
Tecnica come strumento, non come fine
Ed è un tema che ritorna continuamente nel pensiero di Gabriele.
La tecnica è importante.
Molto.
Anzi, un professionista deve conoscerla bene.
Ma la tecnica non può diventare il soggetto della fotografia.
Serve a togliere ostacoli.
A rendere possibile ciò che vogliamo dire.
Non a sostituire il contenuto.
L’esperienza come fotografo di matrimonio
A un certo punto Gabriele prova anche a lavorare come assistente presso un fotografo di paese.
Fotografia matrimoniale tradizionale.
Schemi consolidati.
Servizi molto simili tra loro.
Ed è proprio quell’esperienza a produrre una prima crisi.
La sensazione è che cambino le facce, ma non davvero le fotografie.
Quando il professionismo sembra allontanare dalla fotografia
Alla fine di quella stagione decide di allontanarsi completamente da quel tipo di lavoro.
Arriva addirittura a vendere quasi tutta l’attrezzatura.
Tiene soltanto una macchina e un obiettivo.
E torna a fotografare per sé.
È in quel periodo che nasce uno dei lavori più importanti del suo percorso:
Subway.
Subway: tornare a osservare
Il progetto sulle metropolitane diventa un modo per tornare alla fotografia senza l’obbligo del cliente.
Osservare.
Avvicinarsi alle persone.
Imparare a stare nella scena.
Registrare frammenti di vita.
È una fotografia molto diversa da quella commerciale.
Più personale.
Più rischiosa.
Più libera.
Una mostra che cambia tutto
Tra le esperienze decisive c’è anche una mostra Magnum vista a Milano.
Gabriele racconta di essere entrato con in testa tantissime regole.
Come usare un 50 mm.
Come fotografare in certe condizioni.
Come evitare determinati errori.
Poi guarda le fotografie esposte.
Ritratti realizzati con grandangolari.
Immagini imperfette.
Composizioni che rompono le regole.
Ma soprattutto immagini che raccontano.
Ed è lì che qualcosa cambia.
Quando le regole smettono di essere gabbie
La fotografia non è più semplicemente una somma di correttezze.
Non deve essere necessariamente perfetta.
Deve avere qualcosa da dire.
Può essere storta.
Granulosa.
Sfuocata.
Tecnicamente discutibile.
Ma se racconta, funziona.
È una consapevolezza fondamentale.
L’incontro con il reportage e con gli autori
Da quel momento Gabriele approfondisce sempre di più il lavoro dei grandi fotografi.
Reportage.
Magnum.
Fotografia documentaria.
Autori capaci di utilizzare la macchina non semplicemente per mostrare ciò che hanno davanti, ma per costruire un linguaggio.
Sono anni in cui internet è ancora agli inizi.
Quindi la formazione passa soprattutto da:
mostre;
libri;
riviste;
incontri;
fotografie stampate.
Il ritorno al matrimonio, ma in modo diverso
A metà anni Duemila scopre online la Wedding Photojournalist Association.
Osserva i lavori di fotografi che raccontano i matrimoni in maniera completamente differente rispetto a quella che aveva conosciuto.
Più vicina al reportage.
Più spontanea.
Più narrativa.
Quella fotografia gli sembra finalmente compatibile con il suo modo di vedere.
Dal 2007 al professionismo
Intorno al 2006-2007 arriva la scelta definitiva.
Lascia progressivamente il lavoro precedente e apre la partita IVA.
Il professionismo diventa la strada principale.
Da lì arrivano matrimoni, lavori lifestyle, corporate, commerciali e tante esperienze che la fotografia gli avrebbe permesso di vivere.
Luoghi.
Persone.
Situazioni.
Incontri che probabilmente non sarebbero mai avvenuti senza una macchina fotografica.
Essere grati alla fotografia
È un aspetto molto bello del racconto di Gabriele.
Nonostante tutte le critiche al professionismo contemporaneo, rimane una forte gratitudine.
La fotografia gli ha permesso di entrare in vite che non erano le sue.
Di conoscere persone.
Di viaggiare.
Di trovarsi in luoghi inaccessibili altrimenti.
Di costruire relazioni.
Ed è probabilmente questo uno dei grandi regali della professione.
La fotografia come diario
Ma arriviamo al punto centrale.
Per Gabriele la fotografia è soprattutto un diario.
Non necessariamente cronologico.
Non necessariamente ordinato.
È piuttosto un deposito di frammenti.
Cose che oggi sembrano normali e che fra dieci anni potrebbero diventare preziose.
La memoria è infedele
La memoria dimentica.
Modifica.
Seleziona.
Cancella.
Una fotografia non impedisce completamente questo processo.
Ma conserva qualcosa.
Un volto.
Un gesto.
Una stanza.
Una luce.
Un modo di vestirsi.
Una presenza.
Ed è proprio questo che nel tempo acquista valore.
Fotografare prima ancora di capire
Uno degli spunti più interessanti della conversazione è proprio questo:
a volte fotografiamo qualcosa prima ancora di aver capito perché ci interessa.
Una luce filtra tra due palazzi.
Ci fermiamo.
Scattiamo.
Non sappiamo bene perché.
Cinque anni dopo, riguardando quell’immagine, potremmo capire cosa ci aveva colpito.
Forse quella luce aveva qualcosa a che vedere con il momento che stavamo vivendo.
Forse evocava una sensazione.
Forse parlava di qualcosa che in quel momento non riuscivamo ancora a verbalizzare.
La fotografia come strumento di comprensione
Ed è qui che la fotografia supera la semplice documentazione.
Può aiutarci a capire.
Prima.
Durante.
Ma soprattutto dopo.
Riguardare le immagini diventa una forma di riflessione.
Scopriamo cosa continuiamo a fotografare.
Cosa evitiamo.
Cosa ci attrae.
Cosa manca.
In questo senso la fotografia può diventare anche uno specchio.
Oltre le parole
Gabriele richiama anche un concetto molto legato alla cultura fotografica giapponese.
L’idea di una fotografia che vada oltre il linguaggio.
Che non debba necessariamente essere spiegata.
Che possa essere percepita.
Sentita.
Prima ancora di essere razionalizzata.
Ed è probabilmente questa una delle caratteristiche che rendono certe immagini così forti.
Non sappiamo esattamente perché funzionano.
Ma qualcosa risuona.
Un’immagine non deve sempre dimostrare qualcosa
Questo è un altro punto importante.
Oggi siamo spesso ossessionati dal progetto.
Concept.
Statement.
Serie.
Coerenza visiva.
Tutto legittimo.
Ma non tutte le menti funzionano così.
Per Gabriele la fotografia è spesso molto più istintiva.
Vede.
Sente.
Scatta.
Solo dopo può emergere il significato.
Portare questa autenticità anche nel lavoro commerciale
Naturalmente quando entra il cliente tutto diventa più difficile.
Ma il tentativo rimane quello di portare questa stessa sensibilità anche nella fotografia commissionata.
Soprattutto nel ritratto e nel matrimonio.
Non semplicemente immagini belle.
Ma immagini che, magari dopo vent’anni, riescano ancora a dire qualcosa alla persona fotografata.
La fotografia ritrovata dopo anni
Gabriele utilizza un’immagine molto semplice.
Il cliente guarda le fotografie.
Poi le dimentica.
Le mette idealmente in una scatola.
Anni dopo le ritrova.
Ed è lì che quelle fotografie dovrebbero funzionare davvero.
Non perché siano perfette.
Ma perché restituiscono qualcosa che esisteva.
Una persona.
Uno sguardo.
Un’atmosfera.
Un rapporto.
“Qualcuno ti ha notato abbastanza da farti questa fotografia”
È una delle riflessioni più forti emerse nella conversazione.
Una buona fotografia può dire anche questo:
eri lì, sei esistito e qualcuno ti ha osservato abbastanza da fermare quel momento.
È una definizione bellissima del ritratto.
Molto lontana da qualsiasi discussione tecnica.
Cliente e fotografo devono scegliersi
Per lavorare in questo modo serve però una forte compatibilità.
Gabriele racconta di perdere una parte molto importante delle richieste che riceve.
Non perché le persone non apprezzino il suo lavoro.
Ma perché cercano semplicemente altro.
E va bene così.
Una firma visiva è anche una rinuncia
Avere un proprio stile significa accettare che non tutti lo vogliano.
Anzi.
Più una fotografia diventa personale, più inevitabilmente esclude alcune persone.
Ma proprio questo permette di creare un rapporto molto forte con chi invece si riconosce in quel linguaggio.
Non si può essere tutto per tutti
È una riflessione importante anche per chi lavora professionalmente.
Cercare di adattarsi continuamente a ogni cliente può significare progressivamente perdere qualsiasi identità.
Gabriele preferisce un’altra strada.
Far capire chiaramente come fotografa.
E lasciare che sia il cliente giusto a sceglierlo.
Il professionismo e la perdita di libertà
Da qui nasce una parte molto interessante, e anche provocatoria, della conversazione.
Gabriele oggi sconsiglia spesso di trasformare necessariamente la fotografia in una professione.
Non perché sia impossibile lavorare.
Ma perché il professionismo può togliere una delle cose più preziose:
la libertà.
Il vantaggio enorme dell’amatore
La parola “amatore” viene spesso utilizzata quasi come diminutivo.
Come se fosse un fotografo meno serio.
In realtà deriva da amare.
E un fotoamatore possiede una libertà che molti professionisti finiscono per perdere.
Può fotografare esattamente ciò che vuole.
Quando vuole.
Come vuole.
Senza dover pensare a un cliente.
La domanda più importante
Gabriele pone una domanda estremamente semplice:
se nessuno potesse mai vedere le tue fotografie, le faresti comunque?
Molti risponderebbero sì.
Ma poi arriva la seconda domanda:
faresti le stesse fotografie?
Ed è qui che le cose cambiano.
Fotografiamo per noi o per un pubblico?
Instagram.
Like.
Follower.
Concorsi.
Community.
Portfolio.
Tutto questo crea inevitabilmente uno spettatore immaginario.
Cominciamo a fotografare pensando a ciò che potrebbe funzionare.
A ciò che riceverà più attenzione.
A quello che verrà capito.
E lentamente possiamo allontanarci dalle fotografie che avremmo fatto soltanto per noi stessi.
“Fai quelle”
Il consiglio di Gabriele è semplicissimo.
Se le immagini che faresti senza pubblico sarebbero differenti, allora:
fai quelle.
È un suggerimento molto più importante di quanto possa sembrare.
Perché significa tornare a capire cosa ci interessa davvero.
Quando il mercato modifica lo stile
Nel professionismo il problema diventa ancora più evidente.
Il mercato ha aspettative.
Mode.
Stili.
Richieste.
Budget.
Il rischio è che anche fotografi molto personali finiscano progressivamente per uniformarsi.
Non perché abbiano perso capacità.
Ma perché devono lavorare.
Il mercato fotografico è cambiato
Gabriele sottolinea anche un’altra trasformazione.
Molte possibilità professionali che esistevano in passato oggi semplicemente non esistono più.
Riviste.
Mensili.
Quotidiani.
Budget editoriali.
Commissioni.
La fotografia professionale ha cambiato profondamente struttura.
E questo rende ancora più complesso costruire un percorso personale.
Fotografia professionale sempre più noiosa?
È una provocazione, naturalmente.
Ma contiene una parte di verità.
Quando il lavoro diventa esclusivamente:
produzione;
richiesta;
consegna;
adattamento;
rischia di perdere proprio quella componente che ci aveva fatto innamorare della fotografia.
La curiosità.
La scoperta.
La sorpresa.
Tornare alla mente del principiante
Ed è proprio ciò che Gabriele sta cercando di fare oggi.
Tornare, per quanto possibile, alla mentalità che aveva con la Memory Maker.
Quando non sapeva niente.
Quando tutto era nuovo.
Quando una macchina piccola e un rullino erano sufficienti.
Imparare tutto per poi dimenticarlo
Nel corso della carriera ha imparato moltissimo.
Tecniche di studio.
Medio formato.
Diapositiva.
Luce.
Food.
Professione.
Processi complessi.
Ma dopo aver imparato tutto questo, nasce quasi il desiderio opposto:
semplificare.
Lasciare andare.
Non controllare ogni singolo dettaglio.
Pellicola come riduzione delle possibilità
La pellicola rientra molto bene in questo approccio.
Non semplicemente perché sia “più vera” del digitale.
Quella sarebbe una banalizzazione.
La pellicola impone però alcuni limiti.
Pochi fotogrammi.
Niente controllo immediato.
Più attenzione.
Meno ridondanza.
E quindi può aiutare a cambiare atteggiamento.
Trentasei fotografie per un matrimonio
Gabriele arriva anche a proporre servizi matrimoniali costruiti intorno a poche fotografie.
Per esempio:
36 stampe.
Ben realizzate.
Selezionate.
Fisiche.
Un racconto molto concentrato.
È quasi l’opposto del modello contemporaneo nel quale si consegnano migliaia di file.
Meno immagini, più peso
Quando le fotografie diventano poche, ogni immagine pesa di più.
Non si fotografa qualsiasi cosa.
Non serve documentare ogni dettaglio.
Bisogna scegliere.
E la scelta diventa parte integrante del racconto.
L’intelligenza artificiale e il valore della verità
Naturalmente la conversazione arriva anche all’intelligenza artificiale.
Gabriele utilizza strumenti generativi quando possono servire a rimuovere un elemento di disturbo.
Ma non è interessato alla costruzione artificiale delle immagini.
Non per una posizione moralistica.
Semplicemente perché il suo rapporto con la fotografia nasce dalla realtà.
In un mondo in cui tutto può essere falso
Oggi possiamo creare praticamente qualsiasi immagine.
Possiamo inventare persone.
Luoghi.
Eventi.
Situazioni.
Ed è proprio in questo contesto che fotografare ciò che esiste può acquisire ancora più valore.
La propria famiglia.
Gli amici.
Il proprio quartiere.
Le cose che viviamo.
Il diario come antidoto alla finzione
Non perché il diario sia necessariamente “oggettivo”.
Ogni fotografia è una selezione.
Ma almeno parte da qualcosa che abbiamo vissuto.
E in un mondo sempre più sintetico questo rapporto con l’esperienza può diventare prezioso.
Non tutto deve essere condiviso
Altro elemento fondamentale.
Una fotografia non deve necessariamente essere pubblicata.
Può esistere soltanto per noi.
Per una persona.
Per una famiglia.
Per un piccolo gruppo.
Può persino rimanere chiusa in una scatola.
E non vale meno.
La stampa
Ed è qui che arriviamo a un altro punto centrale del percorso di Gabriele.
La fotografia, per lui, trova spesso il proprio compimento nella stampa.
Il rapporto nasce molti anni fa, osservando uno stampatore lavorare in camera oscura.
Da quel momento diventa qualcosa di inseparabile dal suo modo di vivere l’immagine.
Una fotografia sul monitor non è ancora finita
Ovviamente oggi possiamo fruire magnificamente delle fotografie anche su uno schermo.
Ma la stampa cambia completamente il rapporto con l’immagine.
Dimensione.
Superficie.
Carta.
Contrasto.
Distanza di osservazione.
Diventa un oggetto.
E il pixel peeping scompare
Una volta stampata una fotografia, moltissime ossessioni contemporanee perdono improvvisamente importanza.
Rumore.
Pixel.
Nitidezza al 200%.
Microdifetti.
Non spariscono tecnicamente.
Smettono semplicemente di essere il centro della fotografia.
Non si guarda un quadro da un centimetro
È un paragone molto efficace.
Osservare costantemente un file al 100% è come andare davanti a un grande quadro e mettersi con il naso a un centimetro dalla tela.
Vedremo dettagli incredibili.
Ma forse non vedremo più l’opera.
Il libro come forma finale
Per Gabriele c’è poi un livello ulteriore.
Non soltanto la singola stampa.
Ma la sequenza.
Il libro.
Mettere insieme immagini.
Dare loro un ordine.
Creare un oggetto.
È probabilmente uno dei modi più completi per trasformare fotografie sparse in un racconto.
Fotografare con mezzi imperfetti
Un altro aspetto interessante è il rapporto con l’attrezzatura.
Per i lavori professionali naturalmente utilizza anche macchine full frame.
Ma le considera strumenti.
Escono quando devono produrre una fattura.
Non sono necessariamente le fotocamere che desidera utilizzare per sé.
Le macchine piccole per le fotografie importanti
Quando fotografa per se stesso preferisce spesso strumenti molto più semplici.
Macchine piccole.
Vecchie Olympus PEN.
Pellicola.
Ottiche imperfette.
Perché una macchina meno invasiva gli permette di essere maggiormente dentro l’esperienza.
Il full frame non è un valore assoluto
È un’altra riflessione interessante.
Un sensore più grande può offrire vantaggi concreti.
Ma non è automaticamente la soluzione migliore per qualsiasi fotografo.
Per Gabriele, fuori dal lavoro, significa spesso più peso, più attenzione tecnica e più distanza dall’esperienza.
Quindi semplicemente non gli interessa.
Il cliente spesso sceglie la fotografia “imperfetta”
Ed è un fenomeno che molti fotografi professionisti hanno sperimentato.
Si realizza lo scatto tecnicamente perfetto.
File pulitissimo.
Ottica straordinaria.
Illuminazione impeccabile.
Poi il cliente sceglie la Polaroid.
Oppure il fotogramma realizzato con un vecchio obiettivo.
Perché?
Perché probabilmente vi trova qualcosa.
Atmosfera.
Memoria.
Emozione.
Qualità tecnica e valore fotografico non coincidono
Naturalmente non sono nemici.
Una fotografia può essere tecnicamente perfetta e straordinaria.
Ma non esiste un rapporto automatico.
Più nitida non significa più significativa.
Più pulita non significa più bella.
Più megapixel non significa più fotografia.
Il consiglio a chi vuole diventare professionista
Alla fine dell’incontro abbiamo chiesto a Gabriele quale consiglio darebbe oggi a chi vuole trasformare la fotografia in un lavoro.
La prima risposta, scherzosamente ma non troppo, potrebbe essere:
avere un piano B.
Ma se la determinazione rimane, allora alcuni consigli diventano fondamentali.
Costruire una propria identità
Prima di tutto:
trovare uno stile che ci appartenga.
Non necessariamente uno stile estetico rigido.
Piuttosto un modo di vedere.
Qualcosa che permetta di non alienarsi completamente da ciò che amiamo.
Perché il rischio di trasformare la passione in qualcosa che detestiamo esiste davvero.
Imparare a fare molte cose
Oggi essere fotografo non significa semplicemente fotografare.
Bisogna conoscere:
web;
social;
marketing;
gestione clienti;
siti;
comunicazione;
organizzazione;
post-produzione;
promozione.
A volte anche video e altre competenze.
Il lavoro è diventato molto più complesso.
Capire il mercato
Serve anche capire dove esiste realmente una possibilità economica.
Non basta essere bravi.
Bisogna trovare un pubblico disposto a pagare per quel tipo di fotografia.
E soprattutto trovare un equilibrio che permetta di lavorare senza snaturarsi completamente.
Continuare a fotografare per sé
Questo è probabilmente il consiglio più importante.
Anche se diventiamo professionisti:
dobbiamo continuare a fotografare per noi stessi.
Se quella parte scompare, tutto il resto rischia lentamente di deteriorarsi.
La fotografia professionale tende naturalmente a omogeneizzarsi.
I progetti personali sono spesso il luogo nel quale rimane viva la ricerca.
Fotografate ciò che amate
L’intervista si chiude con una domanda molto semplice.
Se Gabriele non ci fosse più e qualcuno guardasse le sue fotografie tra molti anni, cosa vorrebbe che pensasse?
La risposta non riguarda fama o riconoscimento.
Gli piacerebbe forse che qualcuno capisse che ha voluto bene a certe cose.
E che ha deciso di fermarle.
Fra cento anni probabilmente nessuno saprà chi siamo
È una considerazione quasi liberatoria.
Molti grandi fotografi del passato sono già sconosciuti a una parte consistente del pubblico contemporaneo.
Immaginare di costruire fotografie pensando alla posterità può quindi essere abbastanza illusorio.
Molto più concreto è creare qualcosa che abbia valore per le persone che abbiamo vicino oggi.
Un ponte verso qualcuno
Una fotografia può essere un ponte.
Un messaggio in una bottiglia.
Può raggiungere una persona.
Può creare una conversazione.
Può far riconoscere qualcuno in qualcosa che abbiamo vissuto.
E forse è più che sufficiente.
La domanda finale
Tra tutte le riflessioni emerse ce n’è una che probabilmente vale più di qualsiasi consiglio tecnico.
Immaginate che vi rimanga una sola settimana per fotografare.
Dopo non potrete mai più farlo.
Non importa il motivo.
Niente più fotocamere.
Niente più possibilità di premere il pulsante.
Avete sette giorni.
Cosa fotografereste?
Le persone che amate?
I vostri figli?
I vostri genitori?
La casa?
Il quartiere?
Gli amici?
La vostra vita quotidiana?
Qualunque sia la risposta, Gabriele suggerisce qualcosa di molto semplice:
fotografate quello.
Perché probabilmente è lì che si trova ciò che conta davvero.
Conclusioni
La storia di Gabriele Lopez attraversa molti mondi.
Polaroid.
Skateboard.
Fanzine.
Fotografia professionale.
Matrimoni.
Reportage.
Digitale.
Pellicola.
Camera oscura.
Stampa.
Libri.
Ma alla fine tutto sembra tornare alla piccola Minolta Memory Maker degli inizi.
Una macchina semplice utilizzata per fotografare gli amici e la propria vita.
Dopo aver imparato la tecnica.
Dopo aver lavorato professionalmente.
Dopo aver utilizzato strumenti sofisticati.
Dopo aver conosciuto clienti e mercati.
Il percorso sembra quasi riportarlo all’origine.
Non verso una fotografia più povera.
Ma verso una fotografia più essenziale.
Fotografare meno.
Fotografare ciò che conta.
Stampare.
Conservare.
Guardarsi intorno.
E soprattutto non dimenticare perché abbiamo iniziato.
Forse il valore più grande dell’essere fotoamatori è proprio questo:
poter fotografare senza dover dimostrare niente a nessuno.
E in un momento storico in cui ogni immagine sembra dover essere pubblicata, valutata, commentata e trasformata in contenuto, questa libertà potrebbe essere una delle forme più preziose di fotografia rimaste.





