Perché Canon, Nikon e Fujifilm non tornano a produrre fotocamere analogiche
La fotografia analogica non è morta.
Anzi.
Continua ad avere un pubblico molto fedele, fatto di fotografi che scattano soltanto a pellicola, di altri che alternano analogico e digitale e di molti che, pur lavorando prevalentemente con fotocamere moderne, ogni tanto sentono ancora il desiderio di caricare un rullino.
Le pellicole continuano a essere prodotte.
Esistono ancora laboratori.
Il mercato dell’usato è pieno di fotocamere straordinarie.
E negli ultimi anni sono arrivati anche alcuni segnali interessanti, come la Pentax 17 e il ritorno della Leica M6.
Eppure una domanda rimane:
perché Canon, Nikon, Fujifilm e gli altri grandi produttori non tornano seriamente a produrre fotocamere analogiche?
La risposta è meno ovvia di quanto sembri.
Non basta dire: “Rifacciamo una Nikon F3”
La prima reazione può essere molto semplice.
Se oggi siamo capaci di costruire fotocamere digitali incredibilmente sofisticate, con autofocus evoluti, sensori stacked, stabilizzazione e video ad altissima risoluzione, quanto potrà essere difficile rimettere in produzione una fotocamera meccanica degli anni Ottanta?
Molto.
Perché il problema non è il progetto.
È tutto ciò che serve per costruirlo.
La filiera produttiva non esiste più
Una moderna fotocamera digitale nasce all’interno di una catena industriale completamente diversa rispetto a quella di una reflex analogica.
Sensori.
Processori.
Display.
Mirini elettronici.
Schede.
Memorie.
Moduli autofocus.
Componenti acquistati da fornitori specializzati.
Il produttore progetta il sistema, acquista molti elementi da aziende esterne, li integra e costruisce il prodotto finale.
Per una fotocamera analogica meccanica, invece, servono lavorazioni e componenti differenti.
Otturatori.
Ingranaggi.
Molle.
Leve.
Sistemi di trascinamento della pellicola.
Pentaprismi.
Meccanismi dello specchio.
Parti metalliche di precisione.
Gran parte di quella rete industriale semplicemente non esiste più.
Sono scomparse anche molte competenze
Il problema non riguarda soltanto i fornitori.
Riguarda anche le persone.
Tecnici.
Progettisti.
Operai specializzati.
Addetti all’assemblaggio e alla taratura di meccanismi estremamente precisi.
Molte di queste competenze sono andate perse oppure sono rimaste concentrate in pochissime realtà.
Una linea produttiva non si riaccende semplicemente recuperando i vecchi disegni tecnici.
Bisogna ricreare anche il sapere necessario per costruire e controllare il prodotto.
Pentax 17 lo ha dimostrato
L’operazione Pentax 17 è interessante proprio per questo motivo.
Pentax ha dovuto ricostruire almeno in parte una catena di fornitura adatta a una fotocamera analogica moderna.
Non era sufficiente decidere di volerla produrre.
Bisognava convincere fornitori a realizzare nuovamente determinate componenti, garantire una quantità sufficiente di pezzi, formare personale e rendere economicamente sostenibile tutta l’operazione.
Ed è anche per questo che Pentax non ha semplicemente rifatto una LX o una MX.
Ha scelto una macchina molto più semplice.
Perché la Pentax 17 ha senso
Mezzo formato.
Ottica fissa.
Messa a fuoco zonale.
Meccanica relativamente semplice.
La Pentax 17 è stata progettata per ridurre complessità e costi.
Non cerca di essere una nuova ammiraglia analogica.
Cerca di essere una fotocamera producibile oggi.
Ed è una differenza enorme.
Immaginiamo invece una nuova Nikon F3
Supponiamo che Nikon decidesse domani di produrre una nuova F3.
Costruzione di altissimo livello.
Meccanica raffinata.
Mirino professionale.
Tolleranze strettissime.
Produzione relativamente limitata.
Quanto potrebbe costare?
Difficilmente poco.
Potremmo tranquillamente arrivare a diverse migliaia di euro.
E a quel punto arriva il vero problema.
Il mercato dell’usato
Perché spendere 3.000 o 4.000 euro per una nuova Nikon F3 quando possiamo comprarne una originale a una frazione del prezzo?
È esattamente questo uno degli ostacoli più grandi.
Il mercato analogico è ancora pieno di:
Nikon F;
Canon F-1;
Olympus OM;
Pentax MX;
Minolta;
Leica;
Rolleiflex;
Hasselblad.
Macchine straordinarie, spesso ancora perfettamente utilizzabili.
Una nuova produzione dovrebbe competere direttamente con decenni di usato.
E non è facile.
Le vecchie macchine erano costruite per durare
C’è poi un altro problema per i produttori:
molte di quelle fotocamere funzionano ancora.
Una reflex meccanica ben revisionata può continuare a lavorare per decenni.
Guarnizioni nuove.
Lubrificazione.
Taratura.
Revisione dell’otturatore.
E la macchina riparte.
Questo allunga ulteriormente la vita del mercato dell’usato e riduce la necessità di acquistare un corpo nuovo.
Leica è un caso diverso
La Leica M6 rappresenta un’eccezione.
Ma Leica gioca una partita tutta sua.
Prima di tutto perché non ha mai perso completamente le competenze legate alla produzione analogica.
E poi perché può vendere una macchina a prezzi molto elevati.
Il cliente Leica non compra soltanto una fotocamera.
Compra:
un oggetto;
una tradizione;
un marchio;
un pezzo da collezione;
un prodotto di lusso.
È un modello commerciale difficilmente replicabile da Canon o Nikon.
Canon e Nikon avrebbero abbastanza clienti?
Sicuramente esistono molti appassionati disposti ad acquistare una nuova analogica.
Ma quanti?
Mille?
Cinquemila?
Diecimila?
Sono abbastanza per giustificare:
nuove linee;
nuovi fornitori;
nuovi ricambi;
personale;
assistenza;
magazzino?
Probabilmente è proprio qui che i conti smettono di tornare.
Un artigiano può permetterselo, un gigante molto meno
Una piccola azienda può produrre poche decine o centinaia di pezzi all’anno.
Costi ridotti.
Poco personale.
Clientela molto specializzata.
Per un grande produttore il problema è differente.
La struttura industriale è enorme.
Per rendere sostenibile una linea servono numeri.
Ed è difficile immaginare oggi volumi davvero importanti per una fotocamera analogica sofisticata.
Anche Fujifilm non torna alla “vera” analogica
Il caso Fujifilm è particolarmente curioso.
Parliamo di un’azienda che ha costruito una parte enorme della propria storia sulla pellicola.
Eppure, invece di rimettere in produzione una reflex o una telemetro, ha puntato moltissimo su Instax.
Perché?
Perché Instax utilizza prodotti semplici.
Divertenti.
Vendibili a prezzi relativamente accessibili.
Pensati per grandi volumi.
Costruire invece una macchina analogica meccanicamente sofisticata sarebbe tutta un’altra storia.
L’analogico oggi sopravvive grazie all’usato
Ed è forse questo il paradosso più interessante.
Il mercato della pellicola può continuare a crescere anche senza nuove fotocamere.
Perché esistono già milioni di macchine nel mondo.
Quindi una maggiore richiesta di pellicola non significa automaticamente che esista un mercato sufficiente per nuove fotocamere analogiche.
Ma quanto è realmente piccolo il mercato analogico?
Qui possiamo fare una riflessione diversa.
Forse la fotografia analogica è oggi relativamente piccola non perché manchi l’interesse.
Ma perché è diventata complicata.
Il rullino costa.
Lo sviluppo costa.
La scansione costa.
I laboratori sono sempre meno numerosi.
Spesso bisogna spedire le pellicole.
I tempi si allungano.
La barriera d’ingresso è molto più alta rispetto a venti o trent’anni fa.
Se tornassero i laboratori?
Facciamo un esperimento mentale.
Immaginiamo che in quasi ogni città torni a esserci un buon laboratorio.
Portiamo il rullino.
Lo sviluppano.
Possiamo stampare.
I prezzi sono ragionevoli.
Le pellicole sono facilmente reperibili.
Quante persone tornerebbero a utilizzare l’analogico?
Secondo me molte.
Forse non esclusivamente.
Ma sicuramente di più.
Digitale e analogico non devono escludersi
Ed è questo un altro errore.
Non dobbiamo necessariamente scegliere.
Possiamo usare il digitale quando serve:
lavoro;
velocità;
video;
grandi volumi;
controllo immediato.
E utilizzare la pellicola quando cerchiamo un’esperienza diversa.
Per un progetto.
Per un viaggio.
Per un ritratto.
Per la fotografia personale.
I due mondi possono tranquillamente convivere.
Il fascino della pellicola non è solo estetico
La fotografia analogica non piace soltanto per la grana.
Piace per il processo.
Un numero limitato di fotogrammi.
Niente display.
Niente verifica immediata.
Attesa.
Scelta.
Un diverso rapporto con il tempo.
Con la fotografia digitale possiamo scattare quasi senza limiti.
Con la pellicola ogni fotogramma pesa un po’ di più.
Anche la post-produzione cambia
Molti fotografi amano la pellicola anche perché desiderano ridurre il tempo trascorso davanti al computer.
Scattano.
Sviluppano.
Stampano.
Oppure fanno semplicemente scansionare il negativo.
Naturalmente anche una scansione può essere post-prodotta.
Ma l’approccio può rimanere molto più semplice.
Il rischio maggiore potrebbe non essere la pellicola
Quando pensiamo alla possibile scomparsa della fotografia analogica, immaginiamo subito che un giorno Kodak, Ilford o gli altri produttori smettano di produrre rullini.
Ma probabilmente il vero rischio è altrove.
La fotografia analogica è una catena.
E basta che si spezzi uno degli anelli.
Gli anelli della catena
Per fotografare a pellicola servono:
- fotocamere;
- pellicole;
- chimica;
- laboratori;
- macchine per lo sviluppo;
- scanner o ingranditori;
- carta;
- ricambi;
- tecnici;
- riparatori.
Se uno di questi elementi diventa troppo raro o troppo costoso, tutto il sistema si indebolisce.
I laboratori sono forse l’anello più fragile
A nostro avviso è proprio questo uno dei problemi principali.
Il bianco e nero può essere sviluppato abbastanza facilmente anche in casa.
Il colore è più complesso.
Richiede maggiore precisione.
Macchinari.
Controllo della temperatura.
Volumi.
Se i laboratori continuano a diminuire, la fotografia analogica a colori può diventare progressivamente meno accessibile.
Anche i macchinari dei laboratori invecchiano
Molti impianti utilizzati oggi sono macchine nate decenni fa.
Prima o poi servono:
ricambi;
tecnici;
schede;
motori;
manutenzione.
E anche qui il problema diventa:
chi produce ancora quei componenti?
Chi è ancora in grado di riparare quelle macchine?
Lo stesso vale per i riparatori
Possiamo avere una bellissima reflex meccanica.
Ma se nessuno sa più revisionarla?
Molti dei tecnici che hanno lavorato per decenni su queste fotocamere stanno andando in pensione.
E non sempre esiste una nuova generazione pronta a raccogliere quelle competenze.
Anche questo è un rischio enorme.
Ancora peggio per le fotocamere elettroniche
Una fotocamera completamente meccanica può essere relativamente più semplice da mantenere in vita.
Quando però entra l’elettronica, la situazione cambia.
Circuiti.
Display.
Schede proprietarie.
Motori.
Componenti non più prodotti.
Quando una di quelle parti si guasta, la riparazione può diventare impossibile.
L’analogico potrebbe scomparire lentamente
Se un giorno la fotografia a pellicola dovesse realmente scomparire, difficilmente accadrà da un momento all’altro.
Succederà probabilmente per progressiva erosione.
Un laboratorio chiude.
Un tecnico smette di lavorare.
Una pellicola sparisce.
Un ricambio non è più disponibile.
Un macchinario non può essere riparato.
I costi aumentano.
Il pubblico diminuisce.
E piano piano l’ecosistema diventa troppo piccolo per sostenersi.
Non serve che si rompano tutti gli anelli
È proprio questo il punto.
Per fermare una catena non serve distruggerla completamente.
Basta che ceda un solo anello importante.
Se possiamo comprare la pellicola ma non farla sviluppare, abbiamo un problema.
Se abbiamo il laboratorio ma non esistono più macchine funzionanti, abbiamo un problema.
Se abbiamo la macchina ma nessuno sa più ripararla, abbiamo un problema.
Quanto durerà ancora?
Nessuno può saperlo.
Probabilmente per molti anni continueremo tranquillamente a fotografare a pellicola.
Esiste ancora un mercato.
Esistono ancora prodotti.
Esiste ancora passione.
Ma sul lungo periodo la fragilità della filiera è evidente.
Servirebbero nuovi investimenti
La vera speranza sarebbe vedere nuove aziende investire seriamente.
Non soltanto nei rullini.
Ma in tutto l’ecosistema.
Nuove fotocamere.
Nuovi laboratori.
Nuovi macchinari.
Nuova formazione.
Nuovi tecnici.
Nuovi prodotti chimici.
Soltanto così la fotografia analogica potrebbe smettere di vivere principalmente grazie a ciò che è stato costruito decenni fa.
Non si tratta soltanto di nostalgia
Ed è importante dirlo.
Difendere la fotografia analogica non significa pensare che tutto ciò che è vecchio sia migliore.
Il digitale è straordinario.
Ha permesso possibilità che con la pellicola sarebbero state impensabili.
Ma la fotografia analogica rappresenta un linguaggio differente.
Un’esperienza differente.
Una parte della cultura fotografica.
Ed è proprio per questo che vale la pena conservarla.
Con la pellicola rischiamo di perdere anche un sapere
Camera oscura.
Stampa.
Chimica.
Riparazione meccanica.
Progettazione.
Conoscenza dei materiali.
Sono tutte competenze che fanno parte della storia della fotografia.
Una volta scomparse, ricostruirle sarebbe estremamente difficile.
Cosa possiamo fare noi?
La risposta più semplice è:
usare la pellicola.
Non limitarci a collezionare vecchie macchine.
Caricare un rullino.
Fotografare.
Far sviluppare.
Stampare.
Frequentare laboratori.
Far revisionare le nostre fotocamere.
In altre parole, tenere vivo l’ecosistema attraverso l’utilizzo.
Una fotocamera analogica deve fotografare
Una Rolleiflex restaurata perfettamente e chiusa in una vetrina è un bellissimo oggetto.
Ma non contribuisce realmente alla sopravvivenza dell’analogico.
Una Rolleiflex utilizzata consuma pellicola.
Fa lavorare un laboratorio.
Fa lavorare un tecnico.
Produce stampe.
Ed è proprio così che una filiera continua ad avere senso.
Perché i grandi produttori non tornano?
Possiamo quindi tornare alla domanda iniziale.
Perché Canon, Nikon e Fujifilm non rimettono in produzione i loro modelli storici?
Perché industrialmente sarebbe un investimento enorme.
Perché dovrebbero ricreare fornitori e competenze.
Perché i volumi sarebbero probabilmente limitati.
Perché i prezzi diventerebbero elevatissimi.
E soprattutto perché dovrebbero competere con il mercato dell’usato.
Pentax e Leica dimostrano due strade possibili
Pentax ha scelto la semplificazione.
Una macchina nuova, pensata per essere producibile oggi.
Leica ha scelto invece l’esclusività.
Prezzi molto elevati e una clientela disposta a sostenerli.
Sono due modelli molto diversi.
Ma entrambi dimostrano quanto sia difficile riportare realmente in vita una fotocamera analogica.
Conclusioni
La fotografia analogica è ancora viva.
Ma è molto più fragile di quanto possa sembrare.
Il problema non è soltanto trovare una pellicola.
È mantenere in vita tutto ciò che sta intorno allo scatto.
Fotocamere.
Tecnici.
Laboratori.
Macchinari.
Ricambi.
Chimica.
Stampa.
Ed è probabilmente questa la vera ragione per cui i grandi produttori esitano a tornare seriamente nel mercato analogico.
Ricostruire una Nikon F3, una Canon F-1 o una reflex Fujifilm non sarebbe impossibile dal punto di vista tecnologico.
Sarebbe estremamente difficile dal punto di vista industriale ed economico.
E fino a quando il mercato dell’usato continuerà a offrire macchine straordinarie a prezzi relativamente contenuti, il rischio per un produttore rimarrà enorme.
Per questo, se amate ancora la fotografia analogica, forse il consiglio migliore è molto semplice:
non aspettate che torni il passato. Usate quello che esiste oggi.
Comprate una buona fotocamera.
Fatela revisionare.
Caricate un rullino.
Scattate.
Stampate.
Godetevi la pellicola finché questo ecosistema è ancora vivo.
Perché il vero pericolo non è che un giorno qualcuno annunci ufficialmente la fine della fotografia analogica.
È che, lentamente, smettano di esistere tutti gli elementi necessari per praticarla.





