Storie di fotografi: Alberto Flamia, il paesaggio tra luce, colore e visione
In questa nuova puntata di Storie di fotografi abbiamo incontrato un fotografo che conosciamo bene e con cui condividiamo da tempo esperienze, viaggi e fotografia: Alberto Flamia.
Paesaggista, ma non solo, Alberto ha alle spalle una lunga storia fotografica e soprattutto un modo di vedere il paesaggio molto personale.
Il suo lavoro nasce dalla luce, dai chiaroscuri, dalla conoscenza profonda del territorio e dalla capacità di isolare pochi elementi essenziali.
E forse è proprio questa la parola chiave della sua fotografia:
essenzialità.
Come nasce la passione per la fotografia
La storia fotografica di Alberto comincia in maniera quasi casuale.
Aveva 23 anni e due figlie gemelle.
Un amico fotografo gli suggerì di comprare una fotocamera per fotografarle.
La prima macchina fu una Canon FTb.
Non certo un acquisto pensato per costruire una carriera fotografica.
Era semplicemente uno strumento per conservare dei ricordi familiari.
Ma, come spesso succede, da lì partì tutto.
Dopo poco tempo la curiosità aumentò, arrivarono le prime uscite e la prima Canon lasciò spazio a una Nikon F e poi a una Nikon F2 Photomic.
Il corredo era essenziale.
Poche focali.
Un 28 mm.
Un 50 mm.
E tanta voglia di uscire a fotografare.
La nebbia della Pianura Padana come palestra visiva
Vivendo a Parma, uno dei primi soggetti naturali diventò inevitabilmente la nebbia.
Negli anni in cui la Pianura Padana aveva inverni molto più nebbiosi di oggi, bastava spostarsi di pochi chilometri per incontrare situazioni completamente diverse.
Partire da Parma immersi nel grigio e ritrovarsi poco dopo sotto il sole.
La nebbia diventava quindi uno strumento fotografico straordinario.
Permetteva di:
- eliminare elementi;
- semplificare la scena;
- isolare il soggetto;
- costruire immagini essenziali;
- creare forti contrasti tra luce e ombra.
È proprio in questo contesto che Alberto iniziò a costruire quella ricerca dell’essenziale che ancora oggi caratterizza il suo lavoro.
La fotografia di Torrechiara
Una delle immagini decisive della sua carriera fu realizzata al Castello di Torrechiara, vicino Parma.
Il castello emergeva dalla nebbia.
Sotto, il paesaggio era completamente nascosto.
Rimanevano praticamente soltanto il castello e il cielo.
Una fotografia estremamente semplice e pulita.
Alberto la mostrò a Franco Colombo, allora importante figura della fotografia italiana e legato alla Galleria Il Diaframma di Milano.
La fotografia piacque così tanto da essere scelta per una mostra itinerante di fotografia italiana in Cina.
Per Alberto fu un passaggio fondamentale.
Non tanto perché una fotografia fosse stata esposta all’estero.
Ma perché rappresentò una conferma.
Forse quella strada aveva davvero un senso.
La prima personale
Poco dopo arrivò anche la prima mostra personale a Parma.
Era il 1982.
Le immagini continuavano a muoversi attorno agli stessi temi:
nebbia, essenzialità, paesaggio, pochi elementi.
Non c’era ancora una teoria perfettamente formalizzata dietro a quel modo di fotografare.
C’era però già una visione.
Ed è interessante perché spesso la consapevolezza teorica arriva dopo.
Prima viene l’occhio.
Poi, con il tempo, impariamo a comprendere meglio perché alcune immagini ci attraggono e altre no.
L’incontro con Franco Fontana
In quegli stessi anni Alberto partecipò ai Rencontres de la Photographie di Arles.
Fu lì che incontrò fotografi, direttori di musei, curatori e soprattutto Franco Fontana.
Da quell’incontro nacque una scoperta interessante.
Pur arrivando da percorsi differenti, Alberto e Fontana avevano diversi punti di contatto nel modo di interpretare il paesaggio.
Pochi elementi.
Campiture.
Linee.
Colore.
Semplificazione.
Un paesaggio che smette di essere una semplice descrizione del luogo e diventa quasi una composizione grafica.
La luce come vero strumento fotografico
Guardando le fotografie di Alberto qualcuno potrebbe pensare che saturazione, contrasto e resa cromatica derivino soprattutto dalla post-produzione.
In realtà è esattamente il contrario.
La base del suo lavoro è quasi sempre la luce.
Luce radente.
Controluce.
Chiaroscuri.
Zone illuminate che emergono da fondi scuri.
La post-produzione interviene successivamente, ma come completamento di qualcosa che esiste già in fase di scatto.
Questo è un concetto fondamentale.
Il file non viene stravolto per creare artificialmente una fotografia che non c’era.
La fotografia viene cercata prima.
Conoscere il territorio
Per Alberto la fotografia di paesaggio non consiste semplicemente nell’arrivare in un luogo bello e montare la fotocamera sul cavalletto.
Bisogna conoscere il territorio.
Capire:
- come gira la luce;
- dove sorge e tramonta il sole;
- come cambiano le stagioni;
- quali condizioni atmosferiche funzionano;
- quali soggetti emergono in determinati periodi.
A volte servono più visite.
Due.
Tre.
Quattro.
O molte di più.
Perché un luogo cambia completamente durante l’anno.
La stagionalità
La stagione è un elemento fondamentale.
Ci sono luoghi che funzionano meglio in primavera.
Altri in autunno.
Altri ancora in inverno.
Pensiamo alla Val d’Orcia.
Alcune situazioni possono diventare straordinarie nei mesi primaverili.
Le Langhe possono trasformarsi completamente con il foliage oppure con le nebbie invernali.
Castelluccio può offrire immagini interessanti anche nel pieno della giornata quando nuvole e vento creano grandi chiaroscuri sulla piana.
Quindi alba e tramonto rimangono momenti privilegiati.
Ma non sono regole assolute.
La fotografia nasce sempre dall’osservazione.
Fotografare significa anche tornare
Uno degli aspetti più affascinanti del racconto di Alberto riguarda proprio la costanza.
La famosa fotografia di Torrechiara venne venduta all’epoca insieme al negativo, come talvolta accadeva.
E Alberto si pentì di non averne più la matrice originale.
Così tornò.
E tornò ancora.
Ogni volta che a Parma c’era nebbia partiva verso Torrechiara per verificare se il castello emergesse nello stesso modo.
Ci volle circa un anno prima di ritrovare una situazione simile.
Questa storia dice molto sulla fotografia.
Non sempre si tratta di fortuna.
Molto spesso la fotografia è ostinazione.
La previsualizzazione
Un altro elemento fondamentale è la capacità di vedere la fotografia prima ancora di portare la macchina all’occhio.
Alberto racconta di avere già in testa determinate composizioni.
Quando arriva in un luogo cerca quegli elementi.
La fotografia, in qualche modo, esiste già mentalmente.
Il territorio serve a trovare la situazione capace di darle forma.
È il concetto classico della previsualizzazione.
Non significa sapere esattamente cosa accadrà.
Significa avere un linguaggio visivo sufficientemente maturo da riconoscere velocemente quando una situazione corrisponde alla propria visione.
Vedere prima di scattare
È una caratteristica comune a molti grandi fotografi.
Franco Fontana parlava spesso della capacità di vedere l’immagine prima di fotografarla.
Lo stesso vale per molti autori che lavorano apparentemente in maniera molto spontanea.
Da fuori sembra velocità.
In realtà dietro quella velocità esistono decenni di immagini osservate, mostre viste, libri studiati e fotografie realizzate.
L’occhio diventa rapido perché ha già elaborato moltissime possibilità.
Il colore
Alberto è soprattutto un fotografo del colore.
Ed è curioso perché molte delle sue fotografie potrebbero funzionare perfettamente anche in bianco e nero.
Il motivo è semplice.
La struttura dell’immagine nasce spesso dal chiaroscuro.
Eppure il colore rimane centrale.
Probabilmente ha avuto un ruolo anche l’incontro con Franco Fontana e con una certa cultura fotografica italiana degli anni Ottanta.
Ma il colore di Alberto non nasce principalmente da una saturazione esasperata in post-produzione.
Nasce dalla ricerca della situazione giusta.
Cercare il colore nella realtà
Ai tempi della pellicola non esisteva la possibilità di cambiare completamente l’immagine davanti al computer.
Bisognava sapere cosa offrivano:
- la luce;
- il soggetto;
- la pellicola;
- l’ora del giorno;
- l’esposizione.
Le diverse emulsioni avevano caratteri cromatici differenti.
Fuji, Kodak, diapositive e negativi colore restituivano il mondo in modi diversi.
E quindi la scelta tecnica faceva già parte dell’espressione.
Oggi il digitale permette una libertà molto maggiore, ma Alberto continua in gran parte a cercare il colore prima dello scatto.
Una ricerca quasi maniacale
A un certo punto arrivò persino a tenere annotazioni precise dei luoghi.
Dove andare.
Quando.
A quale ora.
Con quale luce.
Una sorta di archivio mentale e pratico delle condizioni migliori.
Può sembrare eccessivo.
Ma è esattamente il tipo di lavoro che distingue il semplice trovarsi davanti a una bella scena dal costruire consapevolmente una fotografia.
Il teleobiettivo nel paesaggio
Uno degli aspetti che distinguono maggiormente il lavoro di Alberto è l’utilizzo del teleobiettivo.
Quando si parla di paesaggio molti pensano immediatamente al grandangolare.
14 mm.
16 mm.
20 mm.
24 mm.
Alberto fa spesso l’opposto.
Utilizza focali lunghe, arrivando anche a un 200-600 mm.
Perché?
Per isolare.
Selezionare invece di includere
Il grandangolare include molto.
Il teleobiettivo seleziona.
Con una focale lunga Alberto cerca porzioni di territorio.
Una casa su una collina.
Un albero.
Una macchia di colore.
La luna.
Una montagna lontana.
Un elemento isolato nel foliage.
In questo modo il paesaggio smette di essere semplicemente descrittivo e può diventare quasi astratto.
Comprimere i piani
Il teleobiettivo permette inoltre di comprimere la prospettiva.
Montagne, sole, luna, colline e alberi sembrano avvicinarsi tra loro.
I piani si schiacciano.
L’immagine diventa più grafica.
Ed è esattamente ciò che Alberto cerca.
Non una riproduzione fedele dello spazio percepito dall’occhio.
Ma una nuova organizzazione visiva del paesaggio.
I problemi delle focali lunghe
Naturalmente utilizzare un 400 o un 600 mm nel paesaggio introduce nuove difficoltà.
La foschia diventa molto più evidente.
La qualità dell’aria diventa fondamentale.
E soprattutto compare un nemico spesso sottovalutato:
la turbolenza termica.
Quando l’aria calda si muove tra fotografo e soggetto, l’immagine può apparire deformata.
È il classico effetto che osserviamo sopra l’asfalto caldo.
Con lunghe focali può distruggere completamente il dettaglio.
Per questo alba, momenti successivi a un temporale o condizioni atmosferiche particolarmente limpide diventano molto importanti.
Il teleobiettivo obbliga a essere più precisi
C’è anche un aspetto compositivo interessante.
Nel grandangolare molti elementi diventano piccoli e possono quasi scomparire all’interno dell’immagine.
Con il teleobiettivo, invece, bisogna scegliere con maggiore precisione cosa includere.
Un elemento disturbante pesa molto di più.
Per questo Alberto tende a sistemare l’inquadratura già in fase di scatto.
Se qualcosa disturba, cerca di eliminarlo modificando posizione o composizione.
Non considera la post-produzione uno strumento per sistemare continuamente ciò che non ha funzionato sul campo.
Le regole compositive non sono comandamenti
Questo porta anche a una riflessione sulle famose regole della composizione.
La regola dei terzi può essere utile.
Ma non è una legge.
Se posizionare una casa al centro permette di eliminare un elemento disturbante ai lati, Alberto preferisce tranquillamente mettere la casa al centro.
Perché la fotografia deve funzionare.
Non deve dimostrare di aver rispettato una regola.
È una distinzione fondamentale.
L’influenza della pittura
Un altro elemento decisivo nella formazione fotografica di Alberto è la pittura.
Per alcuni anni ha avuto una galleria d’arte.
Questo gli ha permesso di vedere moltissime mostre e conoscere artisti.
Ed è inevitabile che quel patrimonio visivo sia entrato dentro le fotografie.
Colore.
Campiture.
Composizione.
Rapporto tra forme.
Astrazione.
Sono tutti elementi che appartengono tanto alla pittura quanto alla fotografia.
Ogni mostra vista entra nelle fotografie
Arturo Carlo Quintavalle gli fece notare un concetto particolarmente interessante:
in una fotografia portiamo anche tutte le immagini e tutte le opere che abbiamo visto in precedenza.
Non copiamo necessariamente un pittore o un fotografo.
Ma costruiamo progressivamente un archivio visivo.
Più vediamo.
Più possiamo riconoscere possibilità.
Ed è uno dei motivi per cui studiare la pittura può essere importantissimo anche per un fotografo.
Quando il paesaggio diventa astrazione
Con focali molto lunghe questa influenza pittorica diventa ancora più evidente.
Alcune immagini realizzate con il 200-600 mm smettono quasi di essere riconoscibili come paesaggi tradizionali.
Rimangono:
colore;
linee;
forme;
sovrapposizioni.
Alberto cita Kandinsky e il processo di progressiva astrazione delle figure.
È una buona chiave per comprendere il suo lavoro.
Il soggetto reale continua a esistere.
Ma non è più necessariamente il vero protagonista.
La fotografia diventa una composizione autonoma.
Analogico o digitale?
Alberto ha attraversato praticamente tutta la storia recente della fotografia.
Dalla pellicola al digitale.
E alla domanda se tornerebbe all’analogico la risposta è sorprendentemente netta:
sì.
Non perché il digitale produca immagini peggiori.
Anzi.
Il digitale offre possibilità straordinarie.
Ma proprio questa libertà introduce anche alcuni interrogativi.
Il tema dell’autenticità
Il digitale continua a evolversi a una velocità impressionante.
Oggi l’intelligenza artificiale rende persino possibile creare immagini estremamente realistiche che non sono mai esistite.
Per Alberto la pellicola mantiene quindi un legame molto forte con il concetto di autenticità.
Naturalmente anche in analogico si poteva manipolare.
Mascherature.
Viraggi.
Interventi manuali.
Sperimentazioni.
Ma il rapporto fisico con il materiale era differente.
L’Araba Fenice: ridare vita alle diapositive
Uno dei lavori più originali di Alberto nasce proprio da questa sperimentazione analogica.
Il progetto si chiama Araba Fenice.
L’idea nacque una notte d’estate.
Pensando alle vecchie diapositive scartate, Alberto si pose una domanda:
se la luce e il calore contribuiscono a modificare la pellicola, perché non provare ad alterarla intenzionalmente?
Cominciò così a sperimentare.
Prima con lampade.
Poi addirittura con il forno.
Infine trovò il metodo che gli dava i risultati più interessanti:
il calore di una candela.
Distruggere per creare
La diapositiva veniva avvicinata al calore senza arrivare a bruciarla.
L’emulsione cambiava.
I colori si trasformavano.
L’immagine originale veniva alterata.
Poi la diapositiva veniva rifotografata e stampata.
Una fotografia scartata acquistava così una seconda vita.
Da qui il nome Araba Fenice.
Un processo quasi opposto alla precisione con cui Alberto costruisce i suoi paesaggi.
Ma proprio per questo estremamente interessante.
Quando la sperimentazione diventa identità
Quel lavoro ebbe un’importanza particolare perché permise ad Alberto di creare qualcosa di immediatamente riconoscibile.
Non erano più semplicemente belle fotografie di paesaggio.
Era un procedimento personale.
Una ricerca.
Una firma.
Ed è una lezione interessante anche oggi.
Sperimentare non significa necessariamente applicare l’ultimo filtro disponibile.
Può significare mettere in discussione il processo stesso con cui nasce l’immagine.
Post-produzione: un completamento, non una trasformazione
Nel digitale Alberto utilizza principalmente Lightroom.
Non perché rifiuti la post-produzione.
Ma perché non sente la necessità di stravolgere le fotografie.
Il file è già costruito molto prima.
Luce.
Inquadratura.
Momento.
Esposizione.
Scelta della focale.
La post-produzione serve a completare la visione iniziale.
Non a inventarla successivamente.
I consigli di Alberto Flamia
Alla fine della nostra conversazione gli abbiamo chiesto quali consigli darebbe a chi sta iniziando a fotografare o a chi fotografa già da tempo ma sente di essere fermo.
La prima risposta è stata:
siate curiosi.
Andate nei luoghi.
Esplorateli.
Cercate di comprenderne l’anima.
Non fermatevi alla fotografia che avete già visto fare dagli altri.
Non fossilizzarsi sulle regole
Il secondo consiglio è evitare le formule preconfezionate.
“Questa fotografia si fa col grandangolare.”
“Questa si fa col tele.”
“Il soggetto va lì.”
“L’orizzonte va qui.”
Sono indicazioni che possono essere utili all’inizio.
Ma prima o poi bisogna cominciare a usare la propria testa.
Il fotografo deve costruire una propria visione.
Muoversi
Un suggerimento apparentemente semplicissimo:
spostatevi.
Quando trovate un soggetto non scattate immediatamente dalla prima posizione.
Fate qualche metro a destra.
Poi a sinistra.
Avvicinatevi.
Allontanatevi.
A volte uno spostamento di dieci metri cambia completamente l’immagine.
Può eliminare un elemento fastidioso.
Cambiare la sovrapposizione dei piani.
Modificare la luce.
Semplificare la composizione.
È una delle cose più semplici da fare.
E una delle più dimenticate.
Fotografare meno
L’ultimo consiglio è forse il più importante:
fotografate meno.
Il digitale ci ha abituati a produrre quantità enormi di immagini.
Raffiche.
Varianti.
Decine di fotografie quasi identiche.
Ma più fotografie non significano necessariamente più buone fotografie.
Alberto suggerisce l’opposto.
Osservare di più.
Pensare di più.
Scattare meno.
Un po’ come il vecchio consiglio del falegname:
misura due volte e taglia una sola volta.
In fotografia potremmo tradurlo così:
guarda due volte e scatta una volta.
Cercare l’essenza
Alla fine tutto il lavoro di Alberto Flamia sembra tornare sempre allo stesso punto.
Togliere.
Isolare.
Aspettare.
Comprendere la luce.
Semplificare.
Non fotografare tutto ciò che abbiamo davanti.
Fotografare soltanto ciò che ci interessa davvero.
È una lezione particolarmente importante oggi, in un’epoca nella quale le fotocamere diventano sempre più veloci, gli autofocus sempre più intelligenti e possiamo produrre migliaia di immagini senza alcun costo aggiuntivo.
La tecnologia ci permette di fotografare di più.
Ma forse diventare fotografi migliori significa imparare a fotografare meno e vedere di più.
Ed è probabilmente questa la lezione più importante che portiamo a casa dalla storia e dalle fotografie di Alberto Flamia.





