FRANCO FONTANA: cosa ci ha INSEGNATO sulla FOTOGRAFIA

da | 10-09-2026 | Storie di fotografi

Franco Fontana: cosa possiamo imparare oggi dalla sua fotografia

La scomparsa di Franco Fontana lascia inevitabilmente un vuoto importante nella fotografia italiana.

Ma quando un autore ha costruito una visione così forte, riconoscibile e influente, il suo lavoro continua a vivere molto oltre la sua presenza fisica.

Le fotografie rimangono.

I libri rimangono.

Il pensiero rimane.

E soprattutto rimane la possibilità, per chi fotografa oggi, di studiare quelle immagini e chiedersi:

cosa possiamo ancora imparare da Franco Fontana?

È questa la domanda che ci siamo posti.

Non volevamo limitarci a un semplice ricordo.

Abbiamo preferito ragionare sugli insegnamenti che il suo lavoro può ancora offrire a un fotografo contemporaneo, anche a chi ha uno stile completamente diverso dal suo.

Prima di tutto: imparare a sottrarre

Una delle qualità più evidenti nella fotografia di Fontana è la capacità di togliere.

Fotografare significa scegliere.

E scegliere significa decidere cosa inserire nell’inquadratura, ma soprattutto cosa lasciare fuori.

È un concetto semplice da dire e molto difficile da mettere realmente in pratica.

Il principiante tende spesso ad aggiungere.

Vede una bella scena e cerca di includere tutto.

Più elementi.

Più informazioni.

Più soggetti.

Il grande fotografo, invece, sa spesso fare l’opposto.

Sottrae.

Pulisce.

Riduce.

Lascia soltanto ciò che è realmente necessario.

Essenzialità non significa banalità

Questo è un punto importante.

Una fotografia semplice non è necessariamente una fotografia banale.

Anzi.

Arrivare a una composizione estremamente pulita richiede una grande capacità di visione.

Nelle immagini di Fontana possono rimanere pochissimi elementi:

una collina;

una strada;

un muro;

un’ombra;

una fascia di cielo;

una campitura di colore.

Eppure l’immagine funziona.

Non perché manchi qualcosa.

Ma perché tutto ciò che rimane ha una funzione.

Mettere ordine nel caos

La realtà è quasi sempre complessa.

Il paesaggio è pieno di elementi.

Strade.

Case.

Alberi.

Pali.

Persone.

Segni.

Colori.

Fotografare significa in qualche modo mettere ordine nell’entropia del mondo.

Fontana lo faceva attraverso una riduzione estrema.

Altri fotografi, come Alex Webb, lavorano invece con composizioni molto complesse e ricche di elementi.

Ma il principio di fondo non cambia.

In una grande fotografia, tutto ciò che entra nell’inquadratura deve avere una ragione.

La differenza sta soltanto nella strategia.

Fontana sceglieva spesso la strada della sottrazione.

Pensare per forme, non per oggetti

Uno degli insegnamenti più importanti è probabilmente questo.

Imparare a smettere, almeno per un momento, di vedere gli oggetti per quello che sono.

Una collina non è più soltanto una collina.

Una strada non è più soltanto una strada.

Un muro non è più soltanto un muro.

Diventano:

  • linee;
  • forme;
  • masse;
  • campiture;
  • geometrie;
  • pesi visivi.

È un passaggio fondamentale.

Quando riusciamo a liberarci dal significato abituale degli oggetti, iniziamo realmente a vedere fotograficamente.

La collina diventa una forma

Pensiamo a una delle classiche immagini di Fontana.

Una collina.

Una fascia di terreno.

Una porzione di cielo.

Magari una piccola strada che attraversa la scena.

Se guardiamo tutto in termini descrittivi, vediamo semplicemente un paesaggio.

Se iniziamo invece a ragionare in termini visivi, cambia tutto.

La collina diventa una massa.

La strada diventa una diagonale.

Il cielo diventa una superficie.

Il colore diventa peso compositivo.

Ed è a quel punto che la fotografia comincia a trasformarsi.

La bidimensionalità come opportunità

Normalmente quando fotografiamo cerchiamo spesso di restituire una sensazione di profondità.

Primi piani.

Linee prospettiche.

Sovrapposizioni.

Sfocato.

Differenze di scala.

Tutto serve a suggerire tridimensionalità su un supporto che, per sua natura, è bidimensionale.

Fontana spesso fa l’opposto.

Non combatte la bidimensionalità.

La sfrutta.

Schiacciare i piani

L’utilizzo di focali lunghe, come un 100-400 mm, consente di comprimere la prospettiva.

I piani si avvicinano.

La profondità diminuisce.

Le diverse parti del paesaggio sembrano quasi sovrapporsi.

E così una scena reale può trasformarsi in una composizione grafica.

È uno degli elementi più caratteristici del suo linguaggio.

Non più il paesaggio come finestra sul mondo.

Ma il paesaggio come superficie.

Quando il paesaggio diventa quasi astrazione

Questa scelta porta inevitabilmente verso l’astrazione.

Non stiamo parlando necessariamente di fotografia astratta in senso stretto.

Gli elementi rimangono reali.

Una collina è ancora una collina.

Una strada è ancora una strada.

Ma vengono spogliati della loro funzione abituale.

Diventano forme pure.

Ed è proprio qui che la fotografia di Fontana si avvicina moltissimo alla pittura.

Il colore non come decorazione, ma come struttura

Naturalmente non si può parlare di Franco Fontana senza parlare del colore.

Ma sarebbe riduttivo dire semplicemente che utilizzava colori saturi.

Il colore nelle sue fotografie non è un abbellimento.

È struttura compositiva.

Un rosso non è soltanto rosso.

È una massa visiva.

Può bilanciare un verde.

Può entrare in contrasto con un blu.

Può separare due zone.

Può creare ritmo.

Può diventare il vero soggetto dell’immagine.

Vedere il colore come peso visivo

È un esercizio estremamente utile.

Provate a guardare una scena senza pensare agli oggetti.

Chiedetevi invece:

  • dove sono le masse chiare?
  • dove sono quelle scure?
  • quale colore pesa di più?
  • quali colori si contrappongono?
  • esistono complementari?
  • esistono aree che si bilanciano?

Questo approccio cambia completamente il modo di comporre.

Il paesaggio è quello che immaginiamo

Uno dei concetti più profondi legati al lavoro di Fontana è proprio questo:

il paesaggio non è soltanto ciò che abbiamo davanti.

È anche ciò che vediamo dentro di noi.

Due fotografi possono trovarsi nello stesso luogo e produrre immagini completamente differenti.

Perché il paesaggio reale è lo stesso.

Ma la visione no.

La grande fotografia comincia proprio quando smettiamo di limitare il nostro lavoro alla semplice registrazione della realtà.

Andare oltre il visibile

Una fotocamera può registrare ciò che ha davanti.

Il fotografo deve fare qualcosa in più.

Deve interpretare.

Scegliere.

Semplificare.

Trasformare.

Fontana prendeva elementi reali e li ricomponeva secondo una propria logica visiva.

È questa capacità di andare oltre l’evidente a rendere il suo lavoro immediatamente riconoscibile.

La firma visiva

Quando vediamo una fotografia di Franco Fontana, spesso la riconosciamo anche senza leggere il nome dell’autore.

Questo significa aver costruito una firma visiva.

È uno dei traguardi più difficili per un fotografo.

Non si ottiene applicando sempre lo stesso preset.

Non basta utilizzare una determinata fotocamera.

Non basta scegliere una certa focale.

La firma visiva nasce da un modo coerente di guardare.

Non copiare lo stile, capire il processo

Studiare Fontana non significa cercare di fare fotografie “alla Fontana”.

Quello sarebbe probabilmente l’esercizio meno interessante.

La cosa utile è capire il processo mentale.

Come riduceva la scena?

Come utilizzava il teleobiettivo?

Come pensava il colore?

Come trasformava un elemento reale in una forma?

Come costruiva equilibrio?

Imparare il processo può aiutarci a sviluppare una nostra visione.

Copiare il risultato, invece, produce soltanto imitazione.

Non esiste soltanto la luce perfetta

Un altro insegnamento importante riguarda la luce.

Nel paesaggio siamo abituati a pensare quasi automaticamente ad alba e tramonto.

Golden hour.

Blue hour.

Luce morbida.

Tutto corretto.

Sono condizioni straordinarie.

Ma non sono le uniche.

Fontana dimostra che anche una luce dura può diventare estremamente interessante.

Le ombre diventano forme

Pensiamo a una nuvola che proietta un’ombra molto netta sul terreno.

Normalmente potremmo interpretarla semplicemente come una differenza di luminosità.

Nel linguaggio di Fontana quell’ombra diventa una massa scura.

Una forma.

Un elemento grafico da contrapporre a una zona più chiara.

Ancora una volta il soggetto perde la propria funzione abituale e diventa materiale visivo.

Fotografare anche a mezzogiorno

Per alcune fotografie una luce frontale e intensa può funzionare benissimo.

Può rendere i colori più netti.

Può eliminare delicate transizioni tonali e trasformare la scena in grandi campiture.

Dipende da ciò che vogliamo ottenere.

Il problema quindi non è chiedersi:

“Questa è una bella luce?”

La domanda migliore è:

“Questa luce serve all’immagine che voglio realizzare?”

La sperimentazione

Fontana non si è limitato a trovare una formula e ripeterla per tutta la vita.

Ha sperimentato.

Ha lavorato in modi differenti.

Ha affrontato anche commissioni commerciali.

Ha sviluppato progetti diversi.

E soprattutto ha utilizzato anche procedimenti particolari per modificare la resa delle proprie immagini.

È un altro insegnamento importante.

La fotografia non deve essere soltanto registrazione

In alcune fasi del suo lavoro Fontana rifotografava le diapositive per modificare saturazione e colore.

Oggi potrebbe sembrare quasi una forma primitiva di post-produzione.

In realtà dietro c’è un concetto molto più interessante:

la fotografia non è obbligata a essere una copia fedele del mondo.

Può essere interpretazione.

Può essere manipolazione.

Può diventare un modo per avvicinare l’immagine finale a ciò che abbiamo immaginato.

Realtà e pensiero

Questo tema avvicina Fontana ad altri grandi autori.

Pensiamo, per esempio, a Mimmo Jodice e alla sua idea di una fotografia che non si limita a descrivere la realtà, ma diventa anche espressione del pensiero.

Il punto comune è proprio questo.

Il fotografo non registra passivamente.

Costruisce.

Non servono luoghi esotici

Un altro insegnamento che consideriamo fondamentale riguarda il luogo.

Molti fotografi sono convinti che per realizzare grandi immagini sia necessario viaggiare continuamente.

Islanda.

Giappone.

Patagonia.

Maldive.

Naturalmente viaggiare può offrire stimoli enormi.

Ma non è il viaggio a creare automaticamente una fotografia.

Guardare meglio ciò che abbiamo vicino

Il lavoro di Fontana dimostra che immagini straordinarie possono nascere anche da luoghi apparentemente normali.

Una strada.

Un campo.

Una collina.

Un muro.

Una spiaggia.

La differenza la fa lo sguardo.

Anzi, spesso conoscere profondamente un territorio può essere un vantaggio enorme.

Più conosciamo un luogo, più possiamo riconoscere situazioni che un visitatore occasionale non vedrebbe.

La fotografia nasce dentro, non davanti

È forse una frase molto semplice, ma descrive bene il concetto.

Una fotografia non nasce soltanto perché davanti a noi esiste qualcosa di interessante.

Nasce perché noi siamo capaci di attribuire a quella scena un significato visivo.

Ecco perché grandi fotografi riescono a mantenere una propria identità anche viaggiando in luoghi completamente differenti.

Non dipendono dal soggetto.

Dipendono dal loro modo di vedere.

Essere riconoscibili ovunque

Un autore realmente maturo può fotografare in Italia, negli Stati Uniti, in una città o in campagna e mantenere comunque una propria coerenza.

Cambiano i soggetti.

Non cambia lo sguardo.

È questa una delle qualità che ammiriamo maggiormente nei grandi fotografi.

E Fontana è certamente uno di questi.

Studiare i libri, non soltanto le singole immagini online

Se volete comprendere realmente Franco Fontana, il consiglio è semplice:

guardate i suoi libri.

Non limitatevi alle fotografie trovate casualmente sui social.

Un libro permette di capire sequenze, evoluzione, ricorrenze, variazioni e soprattutto il rapporto tra le immagini.

Tra i volumi che consideriamo particolarmente interessanti c’è naturalmente Landscape, fondamentale per chi ama il suo lavoro sul paesaggio.

Molto interessante anche Skyline, che mostra aspetti leggermente differenti della sua ricerca.

E poi esistono altri lavori, compresi quelli realizzati negli Stati Uniti e lungo la Route 66, che permettono di comprendere quanto la sua visione potesse adattarsi a territori diversi.

Guardare un autore anche quando è lontano dal nostro stile

Questo è importante.

Non bisogna studiare soltanto i fotografi che realizzano immagini simili alle nostre.

Anzi.

A volte impariamo molto di più dagli autori che sentiamo lontani.

Fontana può essere lontanissimo dal modo in cui alcuni di noi interpretano il paesaggio.

Ma i suoi principi restano preziosi.

Sottrazione.

Forma.

Colore.

Visione.

Sperimentazione.

Identità.

Sono concetti universali.

Un esercizio utile

Provate a fare una cosa.

Prendete una fotocamera e uscite in un luogo che conoscete bene.

Non cercate “una bella fotografia”.

Cercate invece:

  • una forma;
  • una massa di colore;
  • una linea;
  • un’ombra;
  • due campiture in contrasto;
  • una porzione minima di paesaggio.

Se avete uno zoom lungo, utilizzatelo.

Comprimete.

Isolate.

Togliete.

Provate a dimenticare per un attimo che state fotografando una collina, una casa o una strada.

Guardate soltanto le geometrie.

È un esercizio estremamente interessante.

Il vero insegnamento di Franco Fontana

Alla fine il lascito di Fontana non è soltanto un certo modo di utilizzare il colore.

Non è la saturazione.

Non è il teleobiettivo.

Non sono le colline.

Il vero insegnamento è molto più profondo.

Avere il coraggio di vedere il mondo a modo proprio.

Semplificarlo.

Trasformarlo.

Attribuire un significato nuovo a ciò che tutti guardano ogni giorno.

E farlo con tale coerenza da costruire una visione immediatamente riconoscibile.

Conclusioni

Franco Fontana appartiene a quella categoria di fotografi che non hanno semplicemente prodotto belle immagini.

Hanno modificato il nostro modo di pensare la fotografia.

Ci ha insegnato che il paesaggio può diventare geometria.

Che il colore può essere struttura.

Che un’ombra può essere una forma.

Che il teleobiettivo può trasformare la profondità in superficie.

Che la sottrazione può essere più potente dell’accumulo.

Che non serve andare dall’altra parte del mondo per trovare una fotografia.

E soprattutto che ciò che conta non è soltanto quello che abbiamo davanti.

Conta come scegliamo di vederlo.

Per questo il lavoro di Franco Fontana continuerà ancora a lungo a essere studiato, discusso e reinterpretato.

Ed è probabilmente questo il destino dei grandi autori.

Smettono di essere soltanto fotografi.

Diventano parte del nostro modo di guardare.

Grazie, Franco.

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